06 GENNAIO: E dopo 2 settimane di sorprese a tutti è ufficiale... SIAMO TORNATI!!
| Himalaya |
| Written by Gianni |
| Thursday, 10 June 2010 16:47 |
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There are no translations available. Himalaya (Gianni) “Ma avete il portatore nepalese? O almeno la guida?” “Certo che abbiamo la guida, si chiama Planet, Lonely Planet.” Questa è più o meno la risposta che abbiamo dato a tutti nei ben due giorni di preparazione al trekking dell’Himalaya, dove per Lonely Planet intendevamo il piccolo libro guida che ormai ci accompagna dappertutto da mesi. Certo, non è come una guida nepalese in carne ed ossa che ti conduce per le più alte montagne del mondo, ma è più che sufficiente, almeno nel nostro folle viaggio... Una follia energetica dice il nostro sito da qualche parte, un’energia che ancora una volta ci ha spinti nella folle voglia di andare non solo più in là, ma anche più in su, nella pace, nel ritiro, nella bellezza che solo alcuni posti al mondo hanno ancora e riescono a mantenere proprio perché così remoti e magici. E nella top ten dei folli posti energetici sicuramente troneggia l’Himalaya, il tetto del mondo. Come resistere. E quindi eccoci lì a “preparare” il tutto. Un tutto che poi è sempre lo stesso tutto, niente più che io, Luca e il mondo. Ecco tutto. Questa volta con addirittura uno zaino in due da condividere, per essere più leggeri, perché in dieci giorni che potrà mai servirci? Meglio lasciare a Kathmandu il superfluo. E quindi eccoci. Sei di mattina, l’ennesima sveglia presto, un nuovo obiettivo. Il viaggio in pullman dura più o meno sette ore, dopo sarà tutto nelle nostre gambe. Ed è giusto per curiosità che mi metto a sfogliare la nostra “guida”, a leggere le forse sei pagine che dedica all’argomento, incappando così nel paragrafo “Cosa avere assolutamente”. Così inizio a scorrere l’elenco. 1. Mappa delle montagne. Mmm… avanti un’altra. 2. Vestiti tecnici, scarponi, giacca a vento, maglioni in pile, berretto, guanti. Beh, ho le scarpe, quelle sì. 3. Pila da fronte. Ce’ho! Ma l’ho lasciata a Katmandu. 4. Cerotti e bende per i piedi. Ok, ok, ho capito, meglio smettere di leggere e godersi il panorama, che poi è davvero bellissimo, il resto si vedrà, mi metto comodo e spalanco gli occhi. E così arriva la mattina seguente e hanno inizio le danze: io, Luca e l’Himalaya. Cosa dire. Non sono mai stato uno particolarmente amante della montagna, mai stato uno che si emoziona per poco, ma non sono mai stato nemmeno uno che non cambia idea. Quanto è meraviglioso rinascere ogni giorno in ogni singola nuova scoperta, nella quotidiana capacità di stupirsi ancora a 28 anni? E questa montagna mi ha fatto rinascere, mi ha riscoperto, ha dato alla luce il Gianni delle montagne, un’avventura stupenda. L’uomo è la bestia più adattabile di tutte, si trova in un ambiente nuovo e subito porta ogni parte di sé al livello del nuovo mondo in cui si trova. E così eccomi, io che non avevo mai fatto trekking in vita mia andavo su come un capriolo, pieno di forza ed energia, tanto da voltarmi indietro, guardare giù e chiedermi: l’ho fatta io tutta quella strada? Tanto da non essere mai superati da nessuno, tanto da aver ancora una volta bruciato le tappe, mettendoci meno di quei dieci giorni che le guide dicevano, meno di quello che i cartelli o i nepalesi lungo la strada dicevano. Perché come detto ero lì, dovevo salire, davanti a me avevo il paradiso e così salivo, come mai in vita mia, passo dopo passo, testa avanti, gambe che spingevano e polmoni pieni di aria fresca. E la natura cambiava con noi, prima verde e lussureggiante, poi sempre più secca, con cascate, torrenti e la gente… la gente, i nepalesi. Persone squisite, uomini, donne e bambini che vivono lì in mezzo ad animali e boschi, rocce e nuvole e si nutrono davvero di pace e tranquillità. E la regalano a tutti quella loro luce, quei loro sorrisi pieni, gli sguardi ricchi di forza, un te caldo, un piatto ben fornito e la giornata te la fanno sentire leggera. Bellissimo. Però c’è anche la fatica, e che fatica in alcuni punti. E c’è un episodio. Io e Luca arriviamo stanchi morti da una salita davvero dura sotto il sole, ci sediamo in una di queste Guest House che sono lì per noi, per ospitare e dare da mangiare a turisti e scalatori. Ci sediamo accaldatissimi a riposare per la pausa pranzo, sapendo già che prenderemo i due piatti più grossi ma economici. Ed ecco che di fianco a noi un gruppo di attempati, tecnicissimi signori si siedono e ordinano subito 5 costosissime, succulente birre ghiacciate che noi ora non possiamo permetterci. Luca li guarda: “Cavoli, quella è vita. Quanto te la faresti una birra ora?” E io con il sole nel viso e i polmoni pieni gli rispondo sinceramente: “Tutto avrà il suo tempo.” E Luca subito mi capisce: “Hai ragione vecchio, per quelle avremo tutta la vita, ma per ora non possiamo chiedere di più.” Perché davvero quando hai un amico e un posto in cui andare, sembra banale, ma davvero in quel momento ti sembra di avere tutto, perché è il tempo giusto, ancora una volta. Viva l’Himalaya e viva il suo dolce popolo fiero. Baci dall’appena raggiunto Tibet.
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| Last Updated on Friday, 13 August 2010 08:51 |












































